L’ombra

“Mentre teneva un’illuminante conferenza sul celebre quadro ‘Donna sull’erba’, il noto critico Aldino Spregio, colto da un malore improvviso, è scivolato fratturandosi l’osso sacrale. La prognosi è di quindici giorni. Il seguitissimo programma ‘Sottobraccio con il critico’ sarà quindi sospeso. Pre…”No! Giovanotto! Non si alzi, non porti via il giornale! Ah! Questa condanna a dover sbirciare nei quotidiani altrui! Non riesci mai a leggere un articolo per intiero. Si siedono sulla panca di fronte, volgendomi le spalle, ma ormai non ci faccio più caso, e poi, sul più bello, chiudono il giornale e via. Avrei potuto fermarlo col pensiero, ma io mi sforzo solo nelle occasioni speciali. Ho una mente potentissima, sapete? Ve lo dimostro raccontandovi la mia storia, che probabilmente non riuscirete a capire, siete troppo materiali, comunque proverò. Non siete certo i primi, con i quali abbia tentato, ma non mi ascolta mai nessuno! Chissà se gli altri mi avrebbero prestato attenzione, gli stranieri, intendo. Comunque anche per loro, quand’ero all’apice del successo ed andavo in giro per il globo riscuotendo trionfo inenarrabile, non nutrivo una gran simpatia. Io ero sempre stilè. Sempre. Loro, invece, cambiavano continuamente foggia. Sulle prime, devo ammetterlo, conservarono un certo bon ton, ed erano in pochi. Poi divennero sempre più numerosi e meno eleganti; alla fine siamo arrivati alla massa starnazzante ed abominevole: donne in blue jeans, capelli corti e corpi rinsecchiti, seguite da silenziosi uomini, anch’essi trasandatissimi ma almeno in pantaloni, che mi osservano estasiati. Lo credo bene! Compio cent’anni oggi ma vi assicuro che di décolleté come il mio, non ne passano. Certo, ho una scollatura un po’ osé… Mah!… per fortuna è passato a miglior vita… non era in vita nemmeno quando ho cominciato a posare, altrimenti! Parlo di mio padre buonanima. Maman invece sì, ma si ammalò… le sorelle erano piccole, cademmo in rovina. Una storia classica, per i tempi miei. No, non ho nessuna intenzione di raccontarla ma, se vi interessa, potete leggerla su qualunque biografia del Grande. Lui era l’artista, io la modella; a lui pagine e pagine di libri forbiti, a me l’immortalità delle fattezze. A ogniuno il suo.
Torniamo a noi, dicevo che… Ehilà, voi due! Ehilà! Giovanotto magro con la piccina che gli trotterella a fianco! Dove andate? Parlavo con voi! Ecco, se ne sono andati. Sempre la solita storia. Mon Dieu ! Proprio vicino alla Gioconda, mi dovevano mettere! Sempre vicino ad una più famosa. E poi, che ci troveranno… Ah no, voi tre vecchiette! Non dite così, non dite che è più bella! Ma non vedete che incarnato verdastro! Non ha niente di speciale, tranne che l’ha dipinta lui, forse… E poi non è nemmeno quella vera! Quella è chiusa in cassaforte, al piano di sotto! Ecco, si sono piazzate davanti alla subdola. Quant’è brutta l’ignoranza! Non importa, chi c’è, c’è. La racconto tutta d’un fiato, se volete ascoltare bene, sennò la racconto al contadino qui di fronte, quello con la pipa, che l’ha sentita almeno mille volte, ma che si deve fare, non mi ci portano quasi più, in giro per il mondo! Sono troppo vecchia, delicata, potrei rovinarmi, dicono. Troppo vecchia, lasciamo andare, troppo vecchia e poi, prima di uscire mi guardano nella scollatura… sorvoliamo… sorvoliamo.
Allora, la storia è così: qualche giorno dopo essere stata dipinta, morii di febbre. Morì lei, io, insomma la modella. Lui, il pittore, mi amava pazzamente e non volle vendermi a nessun prezzo. Io, il quadro, ero felice di stare con lui, ma era talmente povero! Così quando, dopo un paio d’anni, fu costretto a vendermi, non gli portai rancore. Poveretto! Si faceva sempre più magro e quasi morì di fame, prima di decidersi. Capirete! Mangiava solo minestra di cardi!
Diventai proprietà di una signorina che mi offese in mille modi. Come? Mi mise in cucina! Una damina come me, immersa in quel lezzo! Ad ogni zaffata credevo di svenire. Poi uno dei suoi insulsi cugini, sceso di sotto per sedurre la cuoca, bella donna devo dire, risalendo disse con tono indifferente: “Mon cherì, ho visto, dalla finestra del giardino, che in cucina c’è un quadruccio pas mal. Perché non lo metti in una delle tue stanze?”. Allora sapete cosa fece, l’incivile? Mi appese nella sala da bagno! La marchesa non mi stimava niente, mi torturava con le sue ciprie, con le sue essenze, con i suoi bagni fumanti. Stavo per morire un’altra volta. Avrei voluto fuggire, ma il Maestro era ancora in vita e quindi sopportavo. E’ naturale che qualche lazzo, di tanto in tanto, me lo concedessi, ma facezie, sciocchezzuole… la facevo scivolare nella vasca, le scambiavo i sali da bagno con le colle da parrucca… niente di che, piccoli divertimenti per superare la nostalgia del Grande, l’ho amato anch’io, cosa credete. Ma quella sera, quella sera la vecchia passò il segno! Era nervosa, la “signorina”, per non so che disputa circa la cottura della Soupe aux Champignons, diceva. In realtà aveva intuito la tresca fra la bionda ed il cugino e si era fatta prendere da una di quelle assurde gelosie mentali, tipiche dei vecchi e degli artisti, ne so qualcosa io. Chiamò la cameriera e fece tre, dico tre, bagni fumanti, e ad ogni aggiunta d’acqua urlava, con quella vocetta querula. Basta! Non ne potevo più! Costrinsi la sua debole mente a lasciare la finestra aperta e, nella notte, volai fuori. Volteggiavo allegramente tra i profumi del giardino, posando un po’ con fontane un po’ con siepi sagomate, simpatiche ma piuttosto démodé, quando accadde la più terribile delle cose terribili: cominciò a piovere! Ero atterrita, paralizzata. Rischiavo la cancellazione, non so se mi spiego! Per fortuna mi accorsi che, nel viale di tigli, stava passando un giovanotto. La situazione era gravissima ma non potei fare a meno di notarlo: camminata elegante, incarnato chiaro, occhi scuri. Era un bellissimo signore, non c’è che dire. Se fossi stata in vita avrei trovato il modo di farmelo presentare, uomini così ne ho visti ben pochi ve lo assicuro, ma nella situazione in cui mi trovavo… a mali estremi estremi rimedi, lo diceva anche Maman, lo derubai. Sì, cari miei, non c’era altro da fare. Mi infilai nella sua tuba e – Mercì Monsieur – volai via, battendo le gambe il più velocemente possibile, protetta in quello strano ombrello.
Naturalmente non vedevo nulla e così, dopo un po’, udii un gran rumore di vetri infranti. Quando mi guardai intorno, non potevo crederci! Ero atterrata nello studio di un pittore! Sono sempre stata fortunata, sempre. Era assai tardi ed avevo bisogno di un posticino tranquillo per passare la notte ma, Santo Cielo, c’era l’imbarazzo della scelta! Tutti dipinti assai simpatici, niente a che vedere con quelli del Maestro, però graziosi. Alla fine scelsi una grande nuvola, abitata solo da un signore sulla cinquantina, col barbone e con l’aureola, mi sembra, il quale mi guardò con sospetto, evidentemente non gradiva visite, ma non fece motto. Meglio così! Ero stanca morta, figuratevi se avevo voglia di discutere; comunque non disse niente ed io mi addormentai all’istante. Al risveglio: odor di olii e tempere! Che bel vivere! Sembrava di essere tornati ai bei tempi! Mi trovavo così a mio agio che attaccai subito discorso con una simpatica immagine in cuffietta bianca, la quale mi fece notare che la mia veste si era stinta sul fondo, che peccato! Stavamo commentando l’accaduto, finalmente si potevano fare due chiacchiere fra dame, quando ci interruppe un forte scricchiolio. Era entrato un signore di notevoli proporzioni. Teneva nella destra un’enorme fetta di crostata alla crema e, nell’altra, l’olio di lino. – La vorrà copiare – pensai. Invece se la mangiò a gran bocconi, mugugnando un walzer alla moda. Si vedeva: era proprio un buontempone. Gironzolò fra i dipinti con aria molto soddisfatta, gran brutto segno per un artista, poi alzò lo sguardo verso di me e si paralizzò con la torta a mezza bocca ed il terrore negli occhi. Ne fui sconvolta, di solito piaccio molto, lo sapete. A lui invece, dovetti sembrare mostruosa, perché, appena gli riuscì di muoversi, si strozzò con la torta, divenne paonazzo ed infine emise una specie di rantolo che si tramutò in urlo di dolore: “Laua!!!..Laua!!!” – ha l’erre francoise – notai. “Sììì” rispose una voce. Doveva essere la moglie, lo si capiva dal tono. – Questa è una di quelle insopportabili polentone che impiegano almeno un quarto d’ora per scendere di carrozza – pensai. “Coui! Coui! Vieni a vedeue!” urlava lui, sempre più paonazzo. Dopo una ventina di minuti, non mi sbaglio mai su certe cose, arriva lei, una specie di tortora, e tutti e due cominciano ad urlare in coro con le bocche spalancate rivolte verso di me, che cattivo gusto! Non capivo tutto ma afferrai queste parole: “L’avevo venduto peu un capitale… Giusto Cielo… Uiconosco lo stile… In galeua… Mario sorreggimi sto per morire.” L’avevo combinata bella, lo capii subito. Dovevo rientrare immediatamente. Chiesi alla mia amica in cuffietta di ricomporre il vetro, mai lasciare danni, in questi casi, e regalai la tuba al cinquantenne. Uscii dietro la coppia inferocita e ritornai veloce a casa, o meglio nel bagno della “signorina”. Lì la situazione non era migliore. La vecchia, che antipatica, stava sbraitando con i suoi toni più duri. Si rivolgeva ad Ugo, il maggiordomo. “Non è per il quadro, gracchiava la taccagna, che ho pagato pochissimo e che non ha alcun valore – alcun valore, come si permette! – è per una questione di principio!… Chissà che coloracci avrà usato, quel morto di fame! Chiama i gendarmi e conducetelo qui! Immediatement !!" E quello, con la sua aria di mummia contrita, batté i tacchi e: “Oui, Madame”, uscì all’istante. Ascoltavo tutto con l’orecchio alla porta, non è educato ma si sente meglio. Vai a pensare che la vecchia, appena sveglia e scarmigliata, si sarebbe precipitata in sala da bagno senza nemmeno finire la colazione! Per fortuna fui velocissima e riuscii a rientrare nella tela. Lei si profumò, si incipriò nervosamente e poi uscì, grazie al Cielo, senza degnarmi di uno sguardo. Che cosa successe poi? Le guardie che il ciccione andò a chiamare, incuriosite dal confuso racconto dello “stile del Grande”, della “donna che aveva dormito con il padre”, del “capitale”, non avendo niente di meglio da fare, seguirono la coppia fino allo studio. Ma poi, trovandosi davanti all’immagine di un cinquantenne con la barba, con la tuba, e con l’aureola, solennemente seduto su un’immensa nuvola, e vedendo che il pittore continuava ad agitarsi indicando il quadro ed urlando a tutta voce: “Un Capitale!… Un Capitale!…”, noncuranti delle lamentele della moglie, lo credettero un socialista invasato e se lo portarono via. Quelli che vennero dalla Marchesa, due piccoletti untuosi ed ossequiosi, attribuirono la responsabilità all’età della “signorina” e, appena fuori dal cancello, liberarono il Grande giustificandosi con un laconico: “Quant’è brutta la vecchiaia”. La vecchia, pur di liberarsi di “quest’orrore” – così mi definì – mi fece riportare nella mansarda senza, incredibile, chiedere un soldo, ed il cugino della Marchesa fuggì al Messico con la cuoca. Tutto come avrei voluto? No, signori miei, proprio no. I giorni che seguirono furono i più tristi della mia storia. Le cose fra me e lui, non andavano bene, no, non andavano affatto bene. Il Maestro mi contemplava per ore, spostando il capo prima a destra, poi a sinistra, poi a destra, poi a sinistra… sospirava, quindi, con fare mesto, andava a dormire. La mattina, di nuovo la stessa storia: destra, sinistra, destra, sinistra. Per giorni. Cominciavo a preoccuparmi seriamente quando mi vidi nello specchio di fronte. Mon Dieu! Avevo reclinato la testa sul lato sbagliato! Gli avevo rovinato il gioco d’ombre, poveretto. Non era il caso di spostarsi di nuovo, sarebbe impazzito. Rimasi com’ero. Dopo qualche mese lui si dette pace. Mi coprì con un telo, che tristezza, e mi dimenticò. Ero lì, malinconica in quel buio, meditando la vendetta, lo devo ammettere, quando, era una mattina di luglio non lo dimenticherò mai, sentii un bisbiglìo che avvicinandosi a me diventò un vocìo e poi addirittura un alterco: “Ve l’ho detto, non c’è nulla di interessante!” diceva lui. “Vi prego, lasciatemela vedere!” diceva l’altro. Era il momento buono, dovevo intervenire. Soffiai forte contro il telo ed apparvi in tutto il mio splendore davanti all’unico mercante d’arte che io abbia mai amato. Ecco come fu, che diventammo famosi, più famosi, e poi famosissimi! Pensate che, passato il trauma, il Grande… Ehilà, che vedo! Ne sta arrivando un altro, con un gruppetto di allocchi enchantè… vedo dall’occhio intelligente che sta per parlare… ascoltiamo anche lui, siamo qui per questo… et voilà…: “Con quell’ombra singolare, dipinta sulla spalla sinistra mentre, è evidente, il capo si inclina dolcemente sulla destra, lato in cui anche la veste si sfrange in una magica pennellata che la trasmuta in soffice parvenza di pioggia, il pittore ha voluto esprimere…”. Bravo! Bravo! Come mi diverto! Noi energie Tipocapriccio ci divertiamo follemente. Soprattutto a fare i capricci, è il nostro punto debole, ma anche ad ascoltare. Frasi come “Sembra che ti guardi”… “Si percepisce un certo movimento"… “Un dinamismo fortemente emotivo”, ci fanno rotolare. Giù dalle tele, ovviamente. Loro parlano e noi entriamo, usciamo, passeggiamo fra la gente ignara, interferiamo nelle vite di chi ci tiene in casa, di chi ci guarda, ma soprattutto di chi ci critica! Finché ci saranno i critici d’arte, l’eternità non sarà mai troppo lunga!… Eh sì, ce la spassiamo! Non tutti però. Gli altri, i Tipodrammone, quelli di solito finiscono male. La Gioconda, ad esempio, ogni volta che si teneva un’illuminante conferenza, si faceva prendere: “Da una bile!… Da una bile!”. Insomma, diventò così verde che il direttore, non sapendo più che pesci prendere, fece fare una copia e chiuse lei, quella vera, al piano di sotto in cassaforte. Che brutta fine, poveretta!… Chi mi chiama?… Ah, siete voi. Ascoltavano e non dicevano nulla, i subdoli. I colleghi, voglio dire… Se faccio cadere anche questo?… No, un critico al giorno no. Diventa noioso… Capperi, però! Oggi scade il mio centenario, è d’uopo festeggiare! E gli umani, che peccato, sono usciti tutti… Ehi, Monna!… Monna Liiisa!… Niente, non ti risponde mai, più sulle sue di quella vera. Meno valgono più arie si danno, è proprio così… Come?… Chi?… – Ah, quello che sembra una marina normale, e poi si scopre che le rocce si cuociono due uova al tegamino -…Cosa?… Parla più forte, sei nell’altra sala… Uno scambio? – Oh, che originale! – Oui, tres bien, solo per un anno, però! Ecco… arriva il cappellino… Ehilà, mandami il tegame!… Sì, sì, intatte. – Le indosso sulle ventitré – …et voilà : come mi stanno? Mi donano?… Schhh! Non ridete così forte, sta arrivando il guardiano! Schhh… Certo, se i criticoni dovessero ripudiarci e qualche umano illuminato ci comprasse in coppia: che colpo! Sistemato a vita. Lui, gli eredi, gli eredi degli eredi… mah!… Che sonno… e se invece ci chiudono in cassaforte?… Buonanotte a tout le mond… Mah… Bisogna pur rischiare, se ci si vuole divertire… Che giornata, sarà, domani!… Che giornata!!!”.

 

 


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