Incontro con l’autore

INTERVISTA CON FRANCESCA VENTURA
a cura di Luca Carbonara

Scorrendo la sua biografia si rimane particolarmente impressionati dalla eterogeneità delle sue esperienze professionali e artistiche: chi è Francesca Ventura?

AHI…

Lei ha debuttato in Teatro con Vittorio Gassmann e si è diplomata alla Bottega dell’Attore di Vittorio Gassman. Cosa significa per un’attrice aver vissuto una simile esperienza e quanto ha inciso questo incontro nella sua formazione e nel suo percorso umano e professionale?

Quando mi chiedono do Gassman vado sempre in crisi, tanto il mio rapporto con lui è stato difficile, intenso e complicato. Incontrare Vittorio è stata illusione e delusione,vittoria e sconfitta, fine ed inizio. Dal lato attorico significa aver vissuto la coda dell’eredità ottocentesca…e ritrovarsi con quei sogni e quei mezzi espressivi, con quella cultura e quella professionalità in un’epoca completamente diversa. Più immediata, più veloce, più superficiale, più materialista, più fredda. Quando ho conosciuto Gassman studiavo da cinque anni con Miranda Campa ( prediletta di Randone, mi pare) e stavo studiando da due all’Accademia Nazionale che ho lasciato per lavorare con lui. Lo guardavo da dietro le quinte. Che grande energia! Che tecnica! Mi catturava. Ma fuori dal palcoscenico, lo trattavo come fosse uno zio. Non per mancanza di rispetto o per arroganza, ma per senso di appartenenza. Anche io, venivo da una famiglia borghese, di commercianti e mecenati di pittori, da un lato ( da piccola ho conosciuto Renato Guttuso, Carlo Levi e tanti altri) e di giuristi dall’altro. La mia formazione viene da queste famiglie. Incontrare lui mi sembrava non l’evento eccezionale che era, ma la logica conseguenza di un disegno romantico. Avevo un’idea idilliaca del mondo del Teatro e sentivo di appartenervi, sapevo che quello era il mio Mondo e che il mio posto era lì e pensavo che nessuno potesse togliermelo. Il mio percorso umano è stato fortemente segnato da questo incontro e da molto altro…di cui magari parliamo un’altra volta.

Numerosi sono i ruoli da lei interpretati in cortometraggi e films. Quanto ha influito nella sua carriera cinematografica (caratterizzata dall’incontro con grandi attori e registi italiani e internazionali) la sua esperienza teatrale?

Ha influito moltissimo. Mi faccio sempre molte domande su chi sia il personaggio, come sia, perchè si comporti così ecc. ecc. Come fanno tutti gli attori che hanno studiato, sia che recitino in teatro sia che recitino in cinema. L’unica differenze è la distanza. In Teatro dobbiamo proiettare le emozioni al di là del proscenio, mettere tutta la nostra forza per arrivare al cuore dello spettatore . La macchina da presa ti legge dentro, non le sfugge nulla, non bisogna mai esagerare, non si deve fingere, si deve sentire. Comunque, in sostanza, è la stessa cosa. E’ come scrivere. Non esiste differenza tra lo scrivere un racconto, un monologo o un romanzo. E’ solo una questione di colori, di sfumature.

La Radio, il Cinema, il Teatro, la Danza: colpisce l’eclettismo della sua capacità espressiva. E’ davvero possibile avere una tale capacità di modulare il proprio talento in ambiti artistici così diversi?

Non credo che gli ambiti siano poi tanto diversi. La recitazione è figlia della parola. Il Teatro è padre del cinema, la Radio è la Madre della Televisione…la Danza è la sorella della recitazione….. è un affare di famiglia. Che cos’è per lei il linguaggio?

Esiste una forma artistica che lei considera primigenia?

La parola è uno degli specchi dell’epoca in cui vive ed in cui si evolve, la rappresenta e ne è testimone. Si, la considero certamente un’arte primigenia. Come è nato in lei il desiderio di scrivere e che cos’è per lei la scrittura?

Ho sempre letto tanto ed ho sempre scritto tanto. Direi che la scrittura è il mio mezzo espressivo primario. Ho cominciato con lo scrivere poesie, diari, poi racconti sceneggiature ecc. In fin dei conti prediligo la scrittura a tutte le altre espressioni artistiche perchè per scrivere basta una matita e un pezzo di carta. non devi chiedere niente a nessuno, non devi sottometterti a regole, non devi appartenere ad un clan, non devi fare politica, non devi trovare denaro da investire nella tua arte…sei libero, insomma. Non ho mai pubblicato fino ad ora per paura di perdere questa libertà. Ma, visto che con il mio modo di pensare, l’età ed il carattere, il mio lavoro di attrice diventa sempre più sporadico, ora mi vedo “costretta”ad uscire dal guscio. In “Rosso d’annata” (Edizioni Sovera, 2007) il protagonista è uno sceneggiatore che tentando di sfuggire a se stesso si rifugia in Toscana ma si accorge che qualcuno ha deciso di ucciderlo. Il capitano dei carabinieri incaricato di proteggerlo si ritroverà ad indagare nel mondo del vino.

Lei è anche diplomata somelier: c’è qualche riferimento autobiografico? E perché un libro giallo?

Credo che quando si parla, e quindi quando si scrive, si debbano trattare argomenti che si conoscono. Ecco perchè questi due mondi si intersecano nel libro, ma non c’è niente di autobiografico.

Perchè un giallo?

Non lo so! Su dieci cose che scrivo..nove diventano un noir o un giallo…aspiro a scrivere una bella sceneggiatura o un romanzo d’amore…ma …. si tramutano.


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